Recensione Catene – Raccolta di racconti

 

locandina

Catene, ovvero biologia della disperazione

Qualche giorno dopo aver conosciuto Andrea Alberto Forchino, due anni or sono, in una piccola scuola di Bosconero, mi sono recato nella mia Firenze (dal Piemonte) per presenziare alla presentazione di un volume. Anche allora (per un caso curioso) l’autore del libro era un biologo. Strani casi della vita quelli che spingono un biologo pisano a scrivere un romanzo storico sul padre di Galileo (Sergio Costanzo, La Tavola dei Galilei, Linee Infinite, Lodi, 2013). Strani casi della vita quelli che, a due anni di distanza, spingono un biologo eporediese a chiedere ad un giornalista toscano conosciuto di sfuggita poco tempo prima di leggere un suo volume di racconti.

 

Strani casi, per continuare questo discorso, come quelli che accomunano i vari personaggi di Catene. Trattandosi di racconti, come dev’essere, ogni testo è una storia a sé stante. Ma un disegno d’insieme c’è. Dopo aver “bevuto” il libro in qualche ora, nella mia mente è rimasto uno bizzarro senso di amarezza per il destino che accomuna tutti i personaggi. Mi è tornato in mente un romanzo di uno dei maestri del noir francese. Come ne La vita è uno schifo (1991) di Léo Malet, anche in Catene si ha un doloroso grido per l’inesorabilità del male intrinseco all’esistenza. Ogni pagina è una sofferenza. Non per la scrittura, per altro piacevole, quanto perché ogni storia pesa sull’anima del lettore. Terminato un racconto, si resta con un senso di disgusto. Il titolo del volumetto, in sostanza, avrebbe potuto essere lo stesso titolo del giallista francese. E il risultato sarebbe stato il medesimo.

 

In Lui, lei e la colonna, ovvero elogio alla contingenza in tre atti – uno dei testi più interessanti del volume – la soluzione è un po’ fatalista. Cosa importa che Cesare sputi a destra o a sinistra del cavallo sul quale sta seduto? Sembrerebbe un evento di nessun conto. Ed invece cambia la storia. Allo stesso modo, una colonna frapposta fra due destini che avrebbero dovuto unirsi, è cifra di distanza. Due anime sole non riescono a toccarsi perché il pilastro marmoreo che sopravvive alle vite dei singoli uomini, si erge fra di loro. Le cose sarebbero potute andare diversamente, se non ci fosse stata la colonna. Eppure c’era.

 

I personaggi di Catene – dal “camorrista” difensore degli umili (Massimo) del primo racconto al Lino Stucchi del racconto conclusivo – sono tutti di singolare tristezza. Sono caratterizzati da una mestizia senza uscita, come dimostrano la malinconica fine dei protagonisti de Il venditore e di Morte accidentale di un so che. Non importa quale sia la strada che prendono: tutti sono parte di un destino dal quale dipendono ed ogni loro piccola azione (come quella di Giorgio in Rise and fall, che ci rimette la pelle per aver detto le parole sbagliate nel luogo sbagliato) è feconda. Nessuna via di scampo, però. Ogni gesto impone una reazione negativa della machina mundi.  «Dio tiene in mano la catena e non è incatenato», scriveva Voltaire nel suo Poema sul disastro di Lisbona (1756). All’uomo non è dato che far parte della catena. Calzante, in questo senso, il titolo della raccolta.

 

Tutti sono, in certo modo, incatenati. Imprigionati nel loro stereotipo sociale (come Massimo il “camorrista”) o nelle consuetudini di questa nostra malata società moderna. Il protagonista de Il venditore non sa trovare la salvezza neppure nel conformismo. Neanche l’abile «imprenditore di se stesso» (utilizzando il titolo di una celebre commedia plautina, potremmo definirlo heautontimorumenos, punitore di se stesso), la scampa di fronte al male di vivere. Il ribelle, schifato dalla crisi di valori della politica, cerca una via d’uscita nell’anarchica rivolta di Morte accidentale di un so che. Ma trova comunque ad attenderlo una fine spietata. La strada scelta per ribellarsi al destino che tutto incatena, è comunque e sempre sbagliata. Non resta, allora, che adeguarsi. Adeguarsi al male che si cela dietro tutte le cose. Proprio come fa l’entomologo de Il bruco, che rimane povero per la sua sete di sapere, ma che è il solo capace di godere di quel poco che la vita sa riservare di felice.

 

In primo piano si staglia, negli altri racconti della raccolta, la denuncia del male che avvelena la vita dominata dall’avverso fato. Il fauno di Leico e  l’accumulatore seriale di Ombre, toccano il dramma della malattia mentale. Bianco e Rise and fall, quello della scomparsa dell’amore. Saluti da Sedna e Solo si occupano delle distanze che – volenti o nolenti – ci separano. E, in tempo di migranti, mi par tema di non piccola attualità. Interessanti alcuni stratagemmi di scrittura sperimentale, come la divisione in capitoletti di Ombre o quella dei tre atti di Lui, lei e la colonna. Si vede, insomma, che l’autore è alla ricerca di uno stile tutto suo. La scrittura è molto descrittiva. Scherzando, potrei dire “da biologo”. L’uso del parlato volgare si addice al senso di nausea che si intende provocare nel lettore. Disseminati qua e là nei testi, buoni spunti di riflessione esistenzialista.

 

Sarà bene, allora, non prendere troppo alla lettera quanto è scritto in Morte accidentale di un so che. Giacché non è inutile leggere i grandi del passato, anche se è certo indispensabile creare nuovi pensieri. Il confronto con la letteratura dei grandi di ieri e di oggi, resta sullo sfondo per contenere le grida di dolore di questi angosciati personaggi in una cornice narrativa coerente. E permette di non fare la fine, la disperata fine, dell’anarchico bakuniniano del racconto.

 

Emanuele Marcheselli

giornalista e storico della filosofia